in margine ma non troppo

di impasti e traduzioni (niente di nuovo, o forse sì)

dopo aver consegnato un capitolo del libro che sto traducendo in questo periodo mi sono concessa un intermezzo culinario e mi sono messa a preparare la pasta per la treccia con mortadella e provola la cui preparazione rimando da qualche giorno. ho diligentemente mescolato farina, latte, lievito, sale e zucchero e ho iniziato a lavorarla. mentre lo facevo pensavo alla traduzione, alle difficoltà che presenta questo testo, al continuo braccio di ferro con lo stile dell’autore che – come spesso accade – funziona benissimo in inglese ma non è addomesticabile in italiano se non a prezzo di funambolismi e contorcimenti vari. la pasta mi si sbirciolava fra le mani. la recuperavo da una parte e lei si sfaldava dall’altra. era fredda. è stato lì che ho capito la metafora. mi sono concentrata, ho messo la testa in quello che stavo facendo, e il calore ha iniziato ad andarmi nelle mani, la pasta ha iniziato a uniformarsi. lavora e lavora, ho ottenuto la palla omogenea che al cuoco riesce sempre perfetta e a me no, ma non mi lamento. ho pensato che quella era proprio una bella metafora del rapporto con la traduzione, di come all’inizio di ogni lavoro mi sembra di non capirci nulla, del ritmo lento delle prime pagine, che va progressivamente aumentando man mano che “entro” nello stile dell’autore.

niente di nuovo.

poi leggo una mail, un’interessante conversazione con una lettrice conosciuta su Facebook, che mi pone una serie di domande e di riflessioni sull’editoria e sul lavoro del traduttore dal punto di vista del lettore, con semplicità.

questo sarà il mio nuovo progetto, il mio nuovo impasto, e vorrei coinvolgere i colleghi. si parla molto di coinvolgere i lettori nella campagna per il riconoscimento del lavoro del traduttore. ebbene, penso proprio che questa sarà la nuova rubrica dal titolo “parliamo di traduzione con i lettori”.

Noi e loro (Mestre, 27 gennaio 2012)

Sei ore in una stazione come quella di Mestre, di un indiscutibile squallore post-atomico, offrono, a volerli cogliere, innumerevoli spunti di riflessione.

Le prime due ore le passi bighellonando, fai qualche telefonata, mangi, fingi di interessarti a ciò che trovi di là dalla strada, scambi due chiacchiere con l’addetto alle informazioni che, puoi starne certa, passerà la giornata a ripetere a tutti le stesse frasi.

Poi guardi l’orologio, ti senti un eroe, ti sembra di aver passato su quei marciapiedi metà della tua vita e sei sicura che manchi pochissimo al primo treno garantito. Purtroppo, invece, succede che mancano ancora quattro ore al suddetto treno, e decidi per la sala d’attesa, dove ti aspetti di trovare almeno una sedia e una temperatura accettabile.

In effetti, il mondo parallelo che si apre al di là delle porte coi vetri a specchio non è avaro: sedie, tepore e molto, molto altro.

Il popolo che abita il mondo parallelo è quello degli ultimi fra gli ultimi, come si suol dire. È il gradino più basso della piramide, sono quelli che nella sala d’attesa ci abitano.

Mi siedo e trascorro una buona mezzora a osservare i tentativi di ingresso dei “regolari”, di quelli che muovono il primo passo, ma non osano andare oltre la soglia del mondo parallelo. Vedo il terrore nei loro occhi, lo schifo e la derisione che non si preoccupano di nascondere. Un distinto cinquantenne mormora a due signore che è troppo pericoloso, e le invita a uscire. Mi domando se mi sento in pericolo. Mi rispondo di no. Non sono l’unica coraggiosa, va detto, ci sono altri due o tre “regolari”, e devo dire che siamo tollerati abbastanza bene.

Il mondo parallelo, intuisco, è organizzato, solidale e dotato di gerarchie. È multietnico, anche, ma non razzista. Ci sono i leader, che si occupano di procurare i generi di prima necessità (sigarette e bicchieri con cui spartirsi il vino in cartone), ci sono gli eleganti (uomini in camicia e cravatta che entrano per mano con la compagna), c’è la donna che parla incessantemente della figlia, che quando si è sposata si è messa tre giri di perle che le stavano così bene (e allora io non riesco a non chiedermi dove sia questa figlia e perché sua madre sia lì, ma queste sono domande fuori luogo, letteralmente), c’è il ragazzo che pesca pezzi di pane da un sacchetto di plastica e li mangia accompagnandoli da quelli che presumo siano pezzi di formaggio. L’immagine di quel pane mi evoca talmente da vicino quella dei sacchi di pane vecchio per le galline, che mi vergogno.

Nel mondo parallelo si improvvisano pasti, si chiacchiera e si discute di tutto, scoppiano diverbi (subito placati dal capo). Dal mondo parallelo si esce e si entra alla spicciolata, non si fa tanto clamore. A giudicare dal contenuto delle borse, i suoi abitanti portano con sé tutti i loro averi, tutto il necessario per la vita quotidiana, pentole comprese.

Arriva una donna russa (lo scoprirò più tardi), si prepara un panino e distribuisce altro cibo ai presenti. Mi colpisce la solidarietà, il mutuo soccorso. Entra un tizio, dà 10 euro alla signora russa, che si commuove e continua a condividere cibo. (Adesso mi commuovo anch’io, ma non lo do a vedere.) La donna, fra una brioche e un panino, spiega che lei vede dio nel viso di tutti.

Mancano tre ore alla chiusura (almeno stando al cartello che dice “La sala d’aspetto apre alle 6 e chiude alle 21”), ma non posso essere certa che si riferisca allo stesso posto in cui sto seduta adesso. Comincio a chiedermi dove andranno i suoi abitanti, verso quale mondo migreranno. Mi domando anche se qualcuno aiuti queste persone e, prima di provare imbarazzo per l’indelicatezza di questo dubbio, noto che loro coperte sono tutte uguali, forse il lascito di qualche “civile di nazionalità nemica” autorizzato a varcare i confini del mondo parallelo.

Per me è arrivato il momento di andare.

Attraverso la porta dai vetri a specchio, dietro di me è tutto come prima.

È solo questione di prospettiva: ognuno è invisibile a modo suo.

Appunti di scrittura: 36 consigli (semiseri) di Umberto Eco

Suggerimenti per aspiranti scrittori, che vanno benissimo anche per i traduttori.

10 regole per scrivere narrativa – Elmore Leonard

se sembra scritto, riscrivilo.
Che è un po’ come dire, “se sembra tradotto, ritraducilo”.

Bookshelf porn

Ho appena finito la lettura delle bozze di questo libro e, casualmente, mi segnalano questo sito. È una raccolta fotografica di librerie e biblioteche private da tutto il mondo: lustratevi gli occhi.