Archivio di gennaio 2012

Noi e loro (Mestre, 27 gennaio 2012)

Sei ore in una stazione come quella di Mestre, di un indiscutibile squallore post-atomico, offrono, a volerli cogliere, innumerevoli spunti di riflessione.

Le prime due ore le passi bighellonando, fai qualche telefonata, mangi, fingi di interessarti a ciò che trovi di là dalla strada, scambi due chiacchiere con l’addetto alle informazioni che, puoi starne certa, passerà la giornata a ripetere a tutti le stesse frasi.

Poi guardi l’orologio, ti senti un eroe, ti sembra di aver passato su quei marciapiedi metà della tua vita e sei sicura che manchi pochissimo al primo treno garantito. Purtroppo, invece, succede che mancano ancora quattro ore al suddetto treno, e decidi per la sala d’attesa, dove ti aspetti di trovare almeno una sedia e una temperatura accettabile.

In effetti, il mondo parallelo che si apre al di là delle porte coi vetri a specchio non è avaro: sedie, tepore e molto, molto altro.

Il popolo che abita il mondo parallelo è quello degli ultimi fra gli ultimi, come si suol dire. È il gradino più basso della piramide, sono quelli che nella sala d’attesa ci abitano.

Mi siedo e trascorro una buona mezzora a osservare i tentativi di ingresso dei “regolari”, di quelli che muovono il primo passo, ma non osano andare oltre la soglia del mondo parallelo. Vedo il terrore nei loro occhi, lo schifo e la derisione che non si preoccupano di nascondere. Un distinto cinquantenne mormora a due signore che è troppo pericoloso, e le invita a uscire. Mi domando se mi sento in pericolo. Mi rispondo di no. Non sono l’unica coraggiosa, va detto, ci sono altri due o tre “regolari”, e devo dire che siamo tollerati abbastanza bene.

Il mondo parallelo, intuisco, è organizzato, solidale e dotato di gerarchie. È multietnico, anche, ma non razzista. Ci sono i leader, che si occupano di procurare i generi di prima necessità (sigarette e bicchieri con cui spartirsi il vino in cartone), ci sono gli eleganti (uomini in camicia e cravatta che entrano per mano con la compagna), c’è la donna che parla incessantemente della figlia, che quando si è sposata si è messa tre giri di perle che le stavano così bene (e allora io non riesco a non chiedermi dove sia questa figlia e perché sua madre sia lì, ma queste sono domande fuori luogo, letteralmente), c’è il ragazzo che pesca pezzi di pane da un sacchetto di plastica e li mangia accompagnandoli da quelli che presumo siano pezzi di formaggio. L’immagine di quel pane mi evoca talmente da vicino quella dei sacchi di pane vecchio per le galline, che mi vergogno.

Nel mondo parallelo si improvvisano pasti, si chiacchiera e si discute di tutto, scoppiano diverbi (subito placati dal capo). Dal mondo parallelo si esce e si entra alla spicciolata, non si fa tanto clamore. A giudicare dal contenuto delle borse, i suoi abitanti portano con sé tutti i loro averi, tutto il necessario per la vita quotidiana, pentole comprese.

Arriva una donna russa (lo scoprirò più tardi), si prepara un panino e distribuisce altro cibo ai presenti. Mi colpisce la solidarietà, il mutuo soccorso. Entra un tizio, dà 10 euro alla signora russa, che si commuove e continua a condividere cibo. (Adesso mi commuovo anch’io, ma non lo do a vedere.) La donna, fra una brioche e un panino, spiega che lei vede dio nel viso di tutti.

Mancano tre ore alla chiusura (almeno stando al cartello che dice “La sala d’aspetto apre alle 6 e chiude alle 21”), ma non posso essere certa che si riferisca allo stesso posto in cui sto seduta adesso. Comincio a chiedermi dove andranno i suoi abitanti, verso quale mondo migreranno. Mi domando anche se qualcuno aiuti queste persone e, prima di provare imbarazzo per l’indelicatezza di questo dubbio, noto che loro coperte sono tutte uguali, forse il lascito di qualche “civile di nazionalità nemica” autorizzato a varcare i confini del mondo parallelo.

Per me è arrivato il momento di andare.

Attraverso la porta dai vetri a specchio, dietro di me è tutto come prima.

È solo questione di prospettiva: ognuno è invisibile a modo suo.

Appunti di scrittura: 36 consigli (semiseri) di Umberto Eco

Suggerimenti per aspiranti scrittori, che vanno benissimo anche per i traduttori.

10 regole per scrivere narrativa – Elmore Leonard

se sembra scritto, riscrivilo.
Che è un po’ come dire, “se sembra tradotto, ritraducilo”.

Di “chisels” e ceselli

Lettera del collega Leonardo Marcello Pignataro alla redazione del Sole 24 ore riguardo alla mancata citazione dei nomi delle traduttrici.

Gentile Redazione (che non vuole fare il paio con la “Gentile Clientela” degli annunci della metropolitana romana, ma non so a chirivolgermi… e “sparo” nel mucchio, però con gentilezza!),

Il vostro “Domenica” è da tempo atteso e gradito compagno delle mie colazioni mattutine domenicali: Trastevere ancora vuota nonostante i vuoti a perdere che la insozzano, il giornalaio ancora non troppo ingrugnito per le troppe richieste di localini caratteristici e a poco prezzo – “Ma nun cellànno ‘na guida, ecchecciò scritto ‘n fronte SPQR? Bah.. che je do’, dotto’, oggi, er solito? E er Sole cor libretto? Oggi ciavèmo, famme vede’ n’ po’… Voltaaàire… ma che so ‘o pija a fa’, tanto sicuro cellà già… vabbe’, daje, è ‘n modo p’aiuta’ ‘sta curtura che se ce penseno quelli de Palazzo Grazioli (?!), ce famo carta da cesso” (lui non sa che il lunedì mattina il “sussidio culturale” si trasforma in gradito dono per un’anziana vicina che ama leggere, ma che non può permettersi nemmeno di acquistare un giornale o un libro… ah, Palazzo Grazioli! (?!) ) -, qualche battuta col barista e finalmente il “Domenica del Sole” e il mio cornetto preferito… frutti di bosco. Però a volte, nonostante la marmellata, in bocca resta un po’ d’amaro…. Leggo a pagina 29, dell’edizione di oggi, 29 gennaio 2012, quella che mi sembra una bella e, ben fatta, recensione del romanzo di Stephen Kelman, “Soffiando via le nuvole” – mi si perdonino le virgolette, ma preferisco non usare l’HTML per le mie email, a scapito di un corretto, in questo caso, corsivo – appena uscito per Piemme. Da quanto e come scrive, Roberto Bertinetti ha effettivamente, così mi pare, letto il libro prima di recensirlo, non limitandosi alla sole bandelle o alla quarta di copertina, a differenza di molti suoi colleghi… ma la malabitudine, sempre mi pare!, non tocca troppo i recensori di “Domenica” che per me continua a essere il migliore nel genere, nonostante la recente e agguerrita concorrenza di “La Lettura” del Corsera. E ne sono tutto felice – della bella recensione, intendo… ma anche della qualità di “Domenica” -, perché il libro è tradotto da due carissime amiche… e qualcuno dice anche colleghe, ma non mischiamo la lana con la seta… e la lana son io, ovvio! Continuo e leggo: “La prosa di Kelman mantiene un eccellente ritmo, intrecciando registri stilistici diversi, utili per riprodurre lo sboccatissimo gergo maschile di strada, il frivolo cicaleccio delle ragazze e, naturalmente, i messaggi trasmessi a Harrison dall’amico piccione [...] attraverso un linguaggio cesellato con pazienza artigianale”. Bello! Già bello, ma… cazzo, che saporaccio ‘sto cornetto oggi… Già, l’amaro in bocca… Ma delle due magistrali orafe italiane, ne vogliamo parlare? Il ritmo, eccellente, gli stili, diversi, il cicaleccio e il “tubìo” come hanno fatto ad arrivare al lettore italiano? O forse l’ottimo recensore ha letto il libro in inglese? Allora, lo si dica… anche se non credo, altrimenti la recensione non starebbe lì! Direte voi: “Ma le traduttrici sono state citate in fondo”. Vero, ma non basta, perché per il lettore spesso non è così automatica l’associazione traduttore / resa italiana di un testo in lingua straniera. Sembra assurdo, ma è così. Per gran parte dei lettori italiani il traduttore è un’entità scissa dal libro straniero che ha tra le mani, un’entità spesso ignota, complice anche una certa superficialità, nei confronti sempre del povero traduttore, di una parte delle altre figure professionali che nella sua stessa barca sono. È vero, le cose stanno forse lentamente cambiando – prima, manco in fondo alla recensione venivano citati… ma ancora continuano a non essere spesso citati -, cresce l’attenzione verso questi “strani figuri” della filiera editoriale, però… però, sulle pagine scritte ad altre pagine scritte dedicate ci si attenderebbe forse un maggior riconoscimento, un maggior apprezzamento – e anche disprezzamento, ché di “cagate” di traduzioni in giro ce ne sono, chi lo nega! – per il loro lavoro… e non sto ad aggiungere sottopagato, bistrattato, abusato… tanto l’ho appena fatto lo stesso! Che gli costava, al buon Roberto Bertinetti, aggiungere “il tutto reso in italiano dall’altrettanto magistrale pazienza artigianale di Laura Prandino e Anna Rusconi”? Niente! E invece… niente!

Mi scuso per la lungaggine, mi scuso per lo stile, mi scuso per i probabili refusi, mi scuso per l’esposizione magari confusa dell’idee che mi giravano in testa… anzi in bocca… ma l’amaro non aiuta a essere lucidi e concisi.

E ovviamente grazie per la pazienza!

L’Idiota riletto nella cella numero Uno – Adriano Sofri*

I classici Feltrinelli hanno pubblicato l’Idiota nella nuova traduzione di Gianlorenzo Pacini. «Traduzione dal russo», come si legge nel risvolto: precisazione non superflua, dal momento che Fëdor Dostoevskij e altri grandi della letteratura slava furono tradotti spesso «direttamente dal francese». Ho amato tanto, da ragazzo, quel romanzo da conservarne un ricordo devoto e una soggezione: ho esitato a rileggerlo, per paura di essere infedele alla antica lettura, alle persone di allora e, forse, a me stesso. Ho cercato un dettaglio del primo incontro fra il principe Myškin e Aglaja che mi era rimasto straordinariamente impresso, e non l’ho trovato. Allora ho cercato altrove, pensando che la memoria avesse spostato la scena di quel dettaglio, e non l’ho trovato. Alla fine ho deciso di rileggere da capo il romanzo, che copre 730 pagine di questa edizione: e il dettaglio che ricordavo così nitidamente non c’era. Chissà da quale altro romanzo si era intrufolato nella mia memoria. Ma almeno ho riletto l’Idiota, con una rinnovata felicità. Non sono in grado di apprezzare l’originale russo, e non lo avevo neanche sottomano: non ho neanche, «sottomano», le persone «russe di fiducia» cui, da libero, mi rivolgevo a ogni bisogno. Ho avuto più forte la sensazione, man mano che andavo avanti nella lettura della prosa minuziosa e scorrevole di Pacini, di un andamento del racconto teso fino a un parossismo febbrile. La tensione estrema di Dostoevskij è proverbiale, e probabilmente nessuno scrittore influisce così fortemente «sui nervi», si sarebbe detto una volta. Si legge Delitto e castigo senza dormire per parecchie notti. E l’Idiota è dominato dalla prima pagina da una febbre alta: non la febbricola che dà il tempo ad altre malattie e alle loro opere, dalla Traviata alla Montagna incantata. Qui si è sempre sull’orlo, o dentro senz’altro, del delirio, della pazzia, dell’esecuzione capitale, della precipitazione del mal caduco.
Forse questa impressione mi veniva dal pianterreno di cui occupo la cella numero uno come si addice a un nemico pubblico? Infatti è un pianterreno abitato da urla, di dolore o di astinenza o di disperazione, e da ferite e da pianto: potevo subirne l’influenza. Ho chiesto la mia antica copia dell’Idiota, quella che Einaudi accolse dalla traduzione di Alfredo Polledro, rivista faticosamente da Leone Ginzburg, e ho confrontato qualche punto cruciale. Senza poter dire niente dell’accuratezza delle traduzioni, com’è ovvio, ne ho avuto ancora una volta una impressione sconvolgente delle differenze e dell’arbitrio di ogni traduzione, e dell’enorme, e sottovalutata, influenza che esse esercitano sulla nostra educazione letteraria, e sui nostri stessi sentimenti e pensieri, dato che, letterati a parte, la lettura dell’Idiota è un’esperienza cruciale nella vita di una persona. Chiamerò A la versione antica, B la nuova di Pacini. Nastas’ja fa il suo ingresso travolgente in casa di Ganja, e la cameriera Katia, «in preda a un terribile spavento» (B), «tutta spaventata» (A) avvisa: «Lo sa il diavolo chi c’è di là, Nastas’ja Filippovna» (B), «Dio sa che succede, Nastasja Filipovna» (A). Ho cominciato da questo esempio clamoroso, in cui, sia pure in un contesto fraseologico, Dio e il diavolo si danno il cambio. Con tutta la fraseologia, Dio e il diavolo non sono termini che passino a caso in Dostoevskij: e quando il nome fatale di Nastas’ja viene pronunciato per la prima volta nel libro, da Rogožin che parla con Myškin in treno, è accostato ¬ forse per caso? ¬ alla parola: demonio. «Il babbo l’avevo fatto montare in collera per via di Nastas’ja Filippovna… È stato il demonio a tentarmi (B). Ma (A): «Fu il peccato a tentarmi». Per due volte dunque il diavolo lascia la compagnia di Nastas’ja, in A, e se ne impadronisce, in B. Altrove, B traduce: «Lei mi odia più del diavolo», dove A aveva: «più di tutto il mondo». Sopra ho citato l’espressione «in preda a…»: Pacini ha scelto di ricorrere cento volte a questa formula, che evidentemente accentua la radicalità ossessiva e morbosa della descrizione; non è così in Polledro. «In preda alla febbre» (B), «che avesse la febbre» (A); «in preda al delirio» (B), «non ero in sentimento» (A); «In preda alla più profonda meraviglia (B), «profondamente meravigliato» (A), e poco dopo hanno tutti e due «in preda a un vero delirio». «In preda a un eccesso di follia» (B), «pareva frenetica» (A). «Egli era sempre in preda a uno straordinario turbamento» (B), «il suo straordinario turbamento si prolungava» (A). Aglaja è «come in preda a un attacco isterico» (B) o «sembrava fuori di sé» (A). Sua madre è «in preda a un vero attacco di disperazione e di impazienza» (B) o «in un accesso di agitazione e d’impazienza straordinaria» (A). Ancora, Aglaja «da tre giorni sembra in preda a un attacco isterico» (B), o «ha i nervi da tre giorni». Il principe è «in preda al più profondo terrore» (B) o «preso da forte sgomento» (A).
Ho ancora decine di esempi, ma può bastare. (In un caso, a pagina 185 Pacini, è A a usare «erano in preda a una cert’ansia segreta», mentre B scrive «nascondevano a stento una certa inquietudine»). Pacini fa usare il lei nella conversazione fra i personaggi; Polledro il voi, e qui tendo, forse per conservatorismo, a rimpiangere il secondo. Strana mi sembra la differenza d’accento nel cognome di famiglia di Ganja, che in A era Ivòlghin, e in B è Ìvolgin. Qui e là le scelte differenti sono senz’altro di peso. «Uno sconcio vecchiotto» (A), «un certo scapestrato vecchietto» (B). Oppure: «quella giornata farraginosa» (A), «quella giornata così sgangherata» (B, molto meglio). Nastas’ja dice mediocremente «il mio giorno festivo», in A, e peculiarmente «il mio giorno predestinato» in B. Dice: «Sposeresti quella di Rogožin?» in A, e «la ganza di Rogožin» in B: e forse la versione meno esplicita è più bella, tant’è vero che quando il principe risponde, nella versione A può ripetere: «io vi prendo come una donna onesta, e non come quella di Rogožin», mentre B traduce: «e non come la donna di Rogožin». A meno che non si voglia sottolineare che il principe rovescia le parole di Nastas’ja, ma non è capace di pronunciare la spudorata parola, «ganza». Aglaja, nello sfogo di sua madre, è «una ragazza capricciosa, una ragazza fantastica, una ragazza pazza» (A), e invece «una ragazza dispotica, capricciosa e mezza pazza» (B). (E ancora oltre: «una pazza» (A) «mezza pazza» (B). In un quadrato di personaggi di cui due sono davvero pazzi, Rogožin e Nastas’ja, uno «idiota» che la quarta sia pazza o mezza pazza non è irrilevante: e Aglaja è solo una pazzerella). Voglio citare solo, ancora, le anodine formule con cui in A si traduce «non so perché», o «va’ a sapere perché» ecc., mentre B traduce sempre, giustamente, «chissà perché». Se lo spazio non fosse, chissà perché, finito, spiegherei come sia pregnante questo banale intercalare.

*Nota importante: questo articolo è pubblicato qui, e l’ultima delle mie intenzioni è violare il copyright riproducendo qui il testo. Nutro qualche dubbio sulla possibilità che i detentori dei diritti capitino sul mio sito; certo, sarebbe un onore, ma non credo di avere molte speranze. Nel fortunato caso in cui questo dovesse accadere, voglio anzitutto spiegare le ragioni di questa copia: la versione presente sul sito è talmente piena di codici html da risultare illeggibile, quindi ho pensato di dargli una ripulita per agevolare la lettura di un testo che, a distanza di tutti questi anni, risulta sempre interessante e stimolante. I detentori dei diritti sono liberi di servirsi della mia versione ripulita.

Bookshelf porn

Ho appena finito la lettura delle bozze di questo libro e, casualmente, mi segnalano questo sito. È una raccolta fotografica di librerie e biblioteche private da tutto il mondo: lustratevi gli occhi.

Intervista doppia

Quando Morgan Palmas di Sul Romanzo ha deciso di dare spazio a un confronto fra due traduttori: Alberto Bracci Testasecca e me. Ne è nata un’intervista a due voci che rispecchia con molta efficacia il cambiamento avvenuto nella professione. Alberto ed io apparteniamo a generazioni diverse e siamo arrivati al mestiere della traduzione per strade differenti (la sua, oggi, non sarebbe più praticabile). Ho una grande stima di Alberto, traduttore eccezionale e scrittore godibilissimo, e se quando leggevo Cucinare col Fernet Branca (da lui magistralmente tradotto) qualcuno mi avesse detto che le mie parole e le mie idee sarebbero state pubblicate accanto alle sue, di certo non l’avrei creduto possibile.

David Foster Wallace


Uscito per Terre di Mezzo, è il libro più difficile che abbia mai tradotto. Poche pagine dense di equilibrismi verbali e di continui compromessi.

Il fatto è che il mestiere del traduttore letterario (di mestiere si tratta, e i giovani dovrebbero stare lungamente a bottega, apprendendo per imitazione e simbiosi) richiede “materie” difficilmente insegnabili. Provo a farne un elenco sommario.

L’orecchio: per la lingua madre, innanzitutto. Imporre a un autore, per esempio a Dostoevskij, paroline come “gratificante”, “coinvolgente”, “piuttosto che”, ecc. è peccato più grave che scambiare (stanchezza e lapsus sono sempre in agguato) “bianco” per “nero”.

La passione: convivere con il testo da tradurre come con un marito-amante. Continuare a pensare a lui mentre ci si lava i denti, si fa la spesa, borbottarlo mentre si cammina per strada, talvolta scambiati per pazzi, ripeterlo finché il ritmo e il respiro giusti non si impongono con l’evidenza della follia, dell’allucinazione sonora. Il traduttore: Posseduto.

L’umiltà: non innamorarsi delle proprie parole, annullare completamente il proprio vanitoso ego stilistico per ri-crearsi ogni volta nel linguaggio dello scrittore che si traduce. Non cercare di abbellirlo, di fare meglio di lui. Il traduttore: AntiNarciso.

La perseveranza: alzarsi mille volte dal tavolo, arrampicarsi su sgabelli e scale per raggiungere enciclopedie, atlanti, dizionari, manuali, andare in biblioteca, telefonare a consulenti (cugino-seminarista, zio-ingegnere, nonno-generale in pensione), mai vergognarsi di chiedere. Il traduttore: Rompiscatole, temibile e temuto.

La disciplina: andare ogni mattina allo scrittoio come un operaio al tornio. Consultare sempre il dizionario. Continuare a studiare, sempre, anche a sessanta, settanta anni.

La rinuncia: al sonno, a un film, a una passeggiata, ecc. All’estetica: non ho mai conosciuto bravi traduttori senza un po’ di cellulite o di pancia. Più ancora che le mani e la testa, la parte più importante del corpo di un traduttore è il sedere.

Da In margine al lavoro di traduttore. Intervista a Serena Vitale in occasione della vittoria del Premio Grinzane per la Traduzione, 2005 di Ilide Carmignani